Che ragazza!

27 Lug

Sulle persone speciali gli anni si accumulano leggeri, come piume che perse in volo ricadono giù. Per loro sono davvero solo un numero e non tutti possono dire la stessa cosa di se stessi. Quando le incontri lo sai: hanno visi che sotto la patina velata del tempo brillano di giovinezza, corpi scattanti, nervosi, reattivi. Nelle persone normali invece si può grattare e grattare, ma la giovinezza sembra essere fuggita di soppiatto senza fare più ritorno, come nelle vignette con il bambino col sacchetto legato al bastoncino sulla spalla e se guardi una foto di soli pochi anni prima, sembra esserci un  baratro incolmabile.

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Gianna Nannini è una persona speciale, la guardi e pensi: “che ragazza!” Ma di numero fa quasi 60 e per capacitartene devi rigirarteli in bocca molte volte , come una caramella dal gusto delicato che finisce all’improvviso senza lasciarti una spiegazione della sua dolcezza.

Così, su di lei 60 sono un gusto che svanisce in fretta senza spiegarsi e tu la guardi ancora, ammiri la sua giovinezza, la sua follia adolescenziale, la sua energia e pensi: “che ragazza!”  

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Ricordo bianco

28 Apr

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In estate amavo andare con Claudia, verso sera, a prendere il latte fresco in latteria, era un momento magico. Verso le sei, muniti di bottiglia di vetro accuratamente lavata, si andava presso uno stanzino che veniva aperto per un paio d’ore al giorno. Lo stanzino aveva i muri ricoperti di piastrelle lucide, bianche e azzurre, che salivano fino a metà della parete. Il latte veniva prelevato dai fusti d’acciaio portati lì da un camioncino, con un “coppino” (un mestolo) grande e versato nei contenitori portati apposta. Se ne poteva bianco2portare a casa un litro, mezzo, un quarto, ma anche più o molto meno: ad esempio un pentolino per la colazione del mattino dopo, o per la cena, con dentro spezzettata un po’ di pasta dura, senza bisogno d’altro.

bianco1Mi piaceva moltissimo l’odore fresco e grasso di quel posto, la pulizia che vi si respirava, i camici bianchi delle venditrici che davano un’aria seria a un’operazione che di serio in effetti aveva tutto. Guardavo ipnotizzata il trasbordo del latte dal fusto al coppino, dal coppino  alla bottiglia, la mia attenzione era rapita dai rivoletti di latte che fuoriscivano dall’imboccatura stretta del contenitore di vetro e finivano sulle mani della venditrice per poi sparire nello scarico del lavello d’acciaio opaco ma pulito alla perfezione. Annusavo ogni molecola che si staccava da quei fiumiciattoli e si disperdeva nell’aria stretta dello stanzino, fino a immaginare il mio viso e il mio corpo sotto una cascata purificante di quel nettare, che accoglievo a occhi chiusi e grati.

All’uscita, c’era ancora il sole che faceva contrasto con il buio fresco dello bianco3stanzino e finalmente sentivo, a sostituzione dello sgocciolio del latte che nelle mie orecchie erabianco4 diventato una cascata, le voci delle donne che, pure nel pomeriggio abbacinato, si auguravano la buonanotte prima di tornare a casa. Dovevano bollire il latte prima di consumarlo e asportare la pellicola grassa e proteica che si formava sulla superficie; la giornata aveva avuto così il suo rito ufficiale che la portava a termine e, nella stessa forma di rivoletti, si portava via voci e persone in una processione silenziosa che ci lasciava sole e senza parole; così ci salutavamo anche noi.

Non faccio comunità

12 Mar

O comunella, o gruppo, o link. Mi iscrivo ai gruppi e dopo qualche giorno sono insofferente e litigherei con tutti. Ho profili pubblici che spero nessuno veda. Leggo ma non intervengo se non per criticare. Esco e spero di non essere notata. Ho guardato i blog in giro per il web e sono pieni di link, collegamenti a blog “amici”, persone rappresentate da strani loghi, tutto per la speranza di farsi commentare. Tutti scrivono con la speranza di ricevere un COMMENTO. E’ vero, non si scrive per se stessi, chi scrive (me compresa) brama di essere letto, ma oggi sembra che se manca il tasto “like” la lettura non abbia un fine. Sono andata sull’elenco degli ultimi blog aggiornati, di seguito incollo l’incipit di ognuno, senza nomi né riferimenti (chi si riconosce me lo dica e lo rimuoverò, non intendo citare nessuno). Ditemi se trovate UNO SOLO degli aggiornamenti seguenti che non brami un LIKE, un COMMENTO, una CITAZIONE.

Domani si inizia. Esamevaleria-lukyonova-barbie-humana-es-un-fraude-L-ejQKSi di laboratorio di scrittura il lingua italiana. Vivo nella speranza che quel…

Per quanto è strano (vergognoso…) non ho ancora capito come inserire il codice di Skype su Wor…

Ecco il primo dei post che riguarderanno i miei acquisti! Con gli ultimissimi saldi, sono riuscita a…

…che vi assicuro, è davvero diversa da quella precedente. Cosa spinge una persona a lasciare l…

Buongiorno! Queste foto sono state scattate domenica durante una passeggiata lungo le rive dell…

Avrei voglia di scrivere un post decente, di fare un paio di recensioni, e di andare sul blog dell’A…

Ebbene sì, alla fine ho ceduto in preda allo sconforto, all’ansia, alle tante preoccupazioni che questo momento storico di crisi che stiamo attraversando e ci ha in…

Cosa vogliono tutti questi BLOGGERS? LIKE-LIKE-LIKE/POST A COMMENT/REBLOG/eccetera.

C’è fame di visibilità, chi ce l’ha ne vuole altra e chi non ce l’ha la strapperebbe a morsi a chi ce l’ha oppure… la guarda dall’alto con disprezzo perché non sa procurarsela e così la invidia ma non lo ammetterebbe mai. Uno di questi potrebbe essere il mio caso, o forse nessuno.

Alla prossima. Do you LIKE it?

Il culino dell’Irina

23 Feb

C’è un furgone che viaggia per andare a prendere dei mobili, da Torino verso Domodossola. È il 2002 e sono arrivata a Torino da qualche mese, la mia vita mi sembra essere appena cominciata!

I primi due mesi ho abitato in una specie di convitto con 15 ragazze e una tenutaria di fede evangelista: ci sono stralci di salmi appesi dappertutto alle pareti, anche in bagno, ti fanno sentire osservata, spiata, chiamata, come l’I want you americano. Lì conosco Enri, bionda ossolana che sta cambiando vita anche lei, impiegata in una grossa azienda, si è fatta trasferire anche perché scappa da un fidanzato dentista noioso e prevedibile, tra qualche mese lo lascerà e quando troviamo casa insieme per dividere le spese, decide di sbaraccare l’appartamento in provincia per stabilirsi a Torino. La casa che abbiamo trovato è già ammobiliata, ma i mobili sono vecchi e invece i suoi sono moderni, colorati. La padrona di casa ci dà l’ok alla loro rottamazione e così passiamo una settimana a staccare la carta da parati con il vapore e a ridipingere il soggiorno, una faticaccia ma ne vale la pena! Mancano solo i mobili e qui ricomincia il viaggio del furgone.

La casa dove stava Enri è stata appena presa in affitto da una coppia un po’ particolare, solo per il luogo e la sua mentalità però: lui sta sulla sessantina, una pancia imponente, ha una ditta di lucidatura e pulitura pavimenti di marmo, ha intenzione di rilucidare gratis il pavimento alla casa appena trovata, è gentile e porta grossi gioielli e orologio pacchiano. Lei è una donnina russa (credo), capelli nerissimi, fisico esile, sedere strettissimo, il più piccolo che abbia mai visto in una donna adulta, è giovane, molto truccata, vestita animalier. Ci offrono il caffè, tra qualche ora non gli lasceremo nemmeno il tavolo e le sedie! Ogni tanto lei si siede sulle gambe del compagno, lui la accarezza con le mani grosse e tozze e il vistoso anello al mignolo. Lavoriamo tutto il giorno al trasloco, e oggi mi chiedo: ma perché tutte le cose che faccio cominciano con piacere ma alla fine contengono sempre lavoro, soprattutto fisico? Si vede che me lo merito, direbbe qualcuno! In ogni caso riusciamo a fare tutto ciò che dobbiamo, mangiamo dalla nonna di Enri e torniamo indietro nella stessa giornata, ci tocca ancora scaricare e sistemare, ma il più è fatto!

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Io che sono cresciuta in un paesello e so quanto possa essere ristretta la mentalità che lo abita, mi illudo che “fuori” da quei confini non sia così, ma mi sbaglio di grosso. Poco tempo dopo Irina e il suo compagno vengono invitati a lasciare l’appartamento perché la moglie del padrone di casa ha scoperto che il signore che lucida i pavimenti è divorziato e ha dei figli grandi, ma sta con questa signorina giovane e appariscente di dubbia provenienza e di certo le sue amiche non approverebbero questa scelta di inquilini chiacchierando la domenica dopo la messa: si porterebbero la mano alla bocca e scuoterebbero la testa contrariate, metterebbero la stessa mano sulla spalla della malcapitata proprietaria di quello scandaloso appartamento guardandola con comprensione e continuerebbero a farfugliare tra di loro al voltare le spalle della loro “amica”, segnandosi prima di uscire dalla chiesa, perché un saluto a Dio non si può negare, come una malignità detta di soppiatto con un mezzo sorriso di sollievo del “meno male che non è capitato a me”.

Così Irina e il suo culino fasciato di leopardo devono sloggiare, chi se ne importa se sono brave persone e garantiscono l’affitto, se sono educati e rispettosi, se hanno già fatto dei regali riconoscenti alla famiglia del proprietario che se li vede d’ora in poi per strada abbasserà lo sguardo e svolterà nel vicolo per non incontrare i loro occhi e non stringere le loro mani.

Circa sette anni dopo, cerco casa: ne trovo una che mi piace un sacco, porto buste paga, referenze, lettere entusiaste della mia padrona di casa per la mia puntualità e precisione, pago un anticipo, sembra tutto a posto! No, non è così perché devo sloggiare prima di entrare, i vecchi signori proprietari che abitano altrove e non incontrerò mai mi fanno dire dal sensale (così si chiamava una volta) che non approvano la scelta ricaduta su di me, sono una “donna sola e chissà chi mi porterei in casa”, per carità! Ci rimango malissimo. Si chiama pregiudizio questo, o no? Ripenso a Irina, al suo culino sul quale io ed Enri abbiamo riso tanto, chissà cosa fa, dove abita!

Alla prossima, senza pregiudizi.  

Disavventure alimentari grattando il fondo della pentola

2 Gen

Ogni volta che metto in bocca qualcosa e sento un sapore strano, mi assale il terrore di aver mangiato un verme o muffa e un calore mi sale dallo stomaco insieme alla sensazione di capelli drizzati sulla nuca. Una volta mangiai tantissime ciliegie che nemmeno mi piacciono tanto e per caso a un certo punto ne tagliai una in due parti: un vermiciattolo scodinzolante era lì che mi guardava (presumo mi guardasse, ma non gli vedevo gli occhi); continuai così con altre a caso e tutte, dico tutte avevano il vermetto vivo e vegeto che ancora si crogiolava nella polpa rossa e succosa della ciliegia. Inutile dire che da allora non ne ho messa in bocca più nessuna, forse una volta, ma aprendola e osservando attentamente se ci fosse qualcosa che si muovesse a tradimento e anche dopo averla mangiata e masticata lentissimamente per avvertire sapori strani, le ciliegie sono uscite  dalla scena della mia alimentazione.

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 Da piccola quando mio padre faceva l’arrosto di agnello, più di una volta sono dovuta correre in bagno a sciacquarmi la bocca perché mi capitava il pezzo più puzzolente della coscia, quello che forse confinava con la zona escretoria del povero animale e per giunta mi beccavo pure le prese in giro su quella che per me era una tragedia.

Una volta (ero all’università, forse nel 2000), mia madre cucinò dei calamari senza accorgersi che le sacche erano ancora piene e purtroppo non me ne accorsi nemmeno io: mi ricoprii di bolle rosse purulente per giorni e mi salì la febbre e non potei andare in piscina per un bel po’ di tempo perché avevo il terrore che sarei stata cacciata a mo’ di untrice dei tempi moderni. In quel caso però stranamente il sapore non mi aveva segnalato nulla di anomalo.

Ancora alle elementari invece, mangiai una grossa quantità di granchi e bevvi anche l’acqua rimasta sul fondo della pentola: mi svegliai l’indomani con febbre alta e la pelle di tutto il corpo rossa e ruvida, come per una scottatura solare, sembravo un pollo spennato con tutti i pori in rilievo. Mai più mangiati neanche quelli.

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Potrei raccontare molte altre di queste disavventure, non solo di me intossicata, ma anche molto vicina alla morte per soffocamento da polpetta gigante masticata intera o da cucchiaio colmo di cacao messo in bocca e respirato, o da congestione da quintali di gelato. Freudianamente parlando, la mia fase orale si è protratta per un tempo eccessivamente lungo rispetto alla sua durata ottimale (fino ai 18 mesi di vita…) e ha creato davvero non pochi guai. Sempre meglio che tenere la bocca impegnata con la voce in certi frangenti però…

Alla prossima, e non v’intossicate.

2012 in review – Bilanci 2012 e sbilanci 2013

2 Gen

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2012 per questo blog.

Ecco un estratto:

600 people reached the top of Mt. Everest in 2012. This blog got about 4.000 views in 2012. If every person who reached the top of Mt. Everest viewed this blog, it would have taken 7 years to get that many views.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Pensieri di un’altra me

22 Ott

Un giorno dell’anno scorso mi sono messa davanti al forno acceso mentre la torta cuoceva, ho pensato a quelli che invece si siedono ipnotizzati davanti al cestello della lavatrice che gira. Quelli guardano i panni che vengono sbatacchiati prima in un senso, poi nell’altro dando un ritmo ripetitivo e ipnotico ai loro pensieri, restando lì finché  questi pensieri non finiscono o loro non vengono richiamati alla realtà da una voce o un rumore o una cosa urgente – improvvisamente – da fare. Ma davanti a un forno cosa c’è da guardare? È un’immagine statica, la torta che si gonfia impercettibilmente minuto dopo minuto non offre uno spettacolo vario o movimentato o nemmeno prevedibile: si può prevedere un movimento, ma una torta ferma nel forno non offre previsioni, non si muove, sai che finché non la tirerai fuori resterà lì senza fare nulla. Però l’ho guardata perché forse mi sentivo un po’ come lei, statica, ferma, assolutamente né prevedibile né imprevedibile. Non avevo grandi aspettative, né grandi speranze, non avevo voglia di uscire né di tornare, né di vedere persone e non avevo alcuna voglia di fingere di essere un’altra. Non avevo voglia di sentire commenti su come fossi, se fossi a disagio, se fossi estranea, se volessi o non volessi parlare. Il mio senso di disprezzo verso chi pur di cianciare non capiva nulla di me e me lo dimostrava con una parola cresceva in un attimo.

Allora ho tolto la torta dal forno, aveva uno strano aspetto, a cupola marrone e un odore dolciastro diverso da quelle fatte con gli ingredienti freschi, sì, perché questa era fatta con una di quelle buste pronte presa in offerta.

Tenendo la torta in mano ho desiderato di non aver bisogno di nessuno, d’amore, di complimenti, di appoggio, di apprezzamento, di essere l’unica per un uomo. Perché per un uomo non sei mai l’unica. Lo lessi in uno dei libri che acquistai quando finalmente capii che gli uomini sono del tutto diversi dalle donne. Quando lo sei non è un segno d’amore, ma di noia e pigrizia mentale. Un uomo deve avere molte donne intorno e diverse nel letto per capire, per poter dire a se stesso: “Lei è quella che preferisco”. E qui tu non dovresti sentirti offesa, ma anzi quasi onorata, perché la sua scelta in quel momento è il massimo che ti può offrire. Tu sei la prescelta, la preferita, e dove tu vedi una moltitudine fastidiosa, lui vede solo esercizio fisico, desiderio di corpi e forme diverse, di odore di femmina, ma resta che la migliore sei tu, i suoi pensieri più veri sono per te e tu dovresti essere così brava, così matura (anche al posto suo) da capirlo.

Ma quando si accetta il compromesso subentra una sensazione di “fuori posto” intollerabile, un buco nella pancia che non si potrà mai riempire. E quindi, con la torta in mano pensavo di non aver voglia di vedere nessuno (eppure lo facevo), non avevo voglia di fare cose inutili, tanto per vivere (eppure le facevo). Avrei tanto voluto credere ancora in ciò che da ragazzina mi sembrava così bello.

Ma questa era una torta finta, non vera, di quelle con l’impasto già pronto deciso da altre mani, una di quelle che si mettono solo in forno, io ho aggiunto solo le gocce di cioccolato. Non era goduriosa, nemmeno stupendamente profumata come solo una torta vera sa essere.

E poi oggi ero in palestra e ho voluto fare un gioco, fissare le persone per capire se fosse vero che chi si sente osservato alla fine si gira verso di te e incrocia il suo sguardo. Ho immaginato che dai miei occhi partissero due raggi bianchi che andassero a penetrare gli occhi dell’altra persona, anche attraverso il cranio se la trovavo voltata da un’altra parte. Quelle erano le sfide più difficili. Ed ecco che fisso la donna sudata che fa gli addominali, e lei all’improvviso mi guarda. E poi fisso il ragazzo con i muscoli gonfi che fatica davanti allo specchio e lui si volta e mi guarda. Adesso il signore di mezza età con il naso adunco e la testa piatta, ecco che anche lui mi guarda. Ancora, il tizio basso che pedala sulla cyclette, mi guarda infine anche lui. Il gioco non lo faccio con il ragazzo col tic del sorriso, potrebbe pensare che lo trovi strano. Ma ha funzionato con tutti. Che fossero voltati, nella mia direzione o di profilo, sentendosi osservati tutti hanno incrociato il mio sguardo che prontamente in quello stesso istante prendeva un’altra direzione, all’improvviso soddisfatto del risultato ottenuto e desideroso di rivolgersi ad altri. Poi ho smesso, perché all’improvviso le facce hanno preso a somigliarsi tutte tra loro, dovunque mi voltassi c’erano dischi di carne rosa con protuberanze o movimenti appena percettibili, ma tutte identiche. Allora sono scappata via per impedire al mio respiro di diventare troppo affannoso per la sorpresa e la sensazione di essere in un sogno.

Che ci salvi la musica. Vi lascio con una delle più belle canzoni del mondo, abbiate la vostra pace.

Alla prossima.

Ma chi t’ha ditte caccialo e vir’ che ore è?

2 Lug

Cioè: ma chi te l’ha chiesto? Ma chi ti ha cercato? Ma chi te lo ha fatto fare?

Questa frase l’ho sentita dire in famiglia mille volte e ieri, in ben due occasioni, l’ho trovata veramente azzeccata.

Prima volta: vado in palestra, faccio un’ora di sala pesi, tra macchine e pedana a vibrazione mi ritrovo alla fine sudata e soddisfattissima, però non mi basta ancora, ho voglia di nuotare! Un po’ di giorni fa avevo visto, pedalando sulla cyclette, il meraviglioso spettacolo dei nuotatori che si specchiavano sulla parete a vetri che dà sul giardino e sembrava che nuotassero nell’erba; questa visione mi ha affascinato moltissimo e ora ogni volta la rivedo nella mia mente per darmi la carica e buttarmi nelle chiare, fresche, dolci e clorate acque della piscina in palestra. Quindi, eccomi pronta! Costume aderentissimo e sgambato che aiuta l’aerodinamicità (acquaticità? Non so!) e la velocità della bracciata, cuffia bianca con la scritta “Best in pool” (l’importante nella vita è essere convinti), occhialini con antifog naturale (una bella leccata all’interno delle lenti, provate anche voi, provetti delfini: non si appanneranno più!) e via di vasche! Va bene, solo per venti minuti, ma è già qualcosa: i tempi in cui macinavo metri su metri in piscina fino a uscire per via dei crampi sono lontani, ora mi piace sperimentare un po’ tutto, ma non è escluso che se trovassi un ottimo riproduttore mp3 subacqueo potrei anche riprendere a sfidare il mio record personale! Ne ho visto uno su un sito di attrezzature per nuotatori che trasmette il suono per via ossea, sembra sia molto buono e ovviamente fuori vasca non funziona… non fosse per il prezzo elevato lo proverei di sicuro!

Ma torniamo a noi. Acc, è appena finito il pezzo degli Sparks (Baby baby) che mi dava un buon ritmo alla scrittura, un attimo che ne trovo un altro (eccolo, Waterproof, ho tentato con i Frankie goes to Hollywood ma non mi hanno convinta).

Dicevo, ero in vasca, finiti i venti minuti vado a fare un po’ di spa che è tutta la zona relax della palestra: bagno turco, sauna, sanarium, docce speciali, e infine il meraviglioso idromassaggio! Esco da lì tutta molliccia e fin troppo rilassata e il mio unico pensiero è: mangiare! Ho fatto una piccola colazione a base di fette di prosciutto e fiocchi di mais nel latte di soia, ma è stato almeno cinque ore fa!

Eccomi quindi al bar. Succo d’ananas, lo prendo perché senza zucchero rispetto ai normali succhi di frutta; pizzetta tonda rossa, qui è buonissima, non credo la facciano loro ma per stavolta metterò a tacere le mie smanie salutiste. Non del tutto però! Prendo anche uno yogurt magro e una coppetta di fragole. Prima di continuare qualcuno mi potrebbe dire se questo sia un pasto luculliano? Lo si potrebbe facilmente paragonare a cinque portate grasse e ricche di un pranzo della domenica? Io di prima battuta risponderei di no, ma forse sbaglio! Arrivo alla cassa, accidenti, c’è la mia barista meno preferita, quella bionda platino acidella che non sorride mai (tranne che a qualche maschio prestantello). Un attimo uomini, prima di accusarmi d’invidia e rosiconeria nei confronti delle ragazze carine, fino a parlarne male gratuitamente, vi dico due cose: non mi sento in competizione con le altre donne e credo di essere obbiettiva nei giudizi, infine arrivate alla fine di questo scritto prima di puntare il dito sulla solita mancanza di solidarietà femminile! Ah, ne ho dette tre! Poco male!

Eccoci, siamo alla cassa (plurale giustamente maiestatico): elenco ciò che ho preso con un sorriso e molta calma, stranamente non vedo l’ora di andarmene, questa barista mi mette agitazione (state calmi cultori della PNL, non rivoltatevi, non sono io a essere in agitazione, è LEI che mi ci mette, è chiaro?). Sto per pagare, lei sta digitando le ultime parole sullo schermo e a quel punto esplode il: “Ma COME  fai a mangiare così TANTO? Io SVERREI se mangiassi così!” L’impatto di quella frase smuove l’aria come la metropolitana annuncia il suo arrivo nel tunnel prima che tu la possa vedere: sai che arriva, i tuoi vestiti sventolano, i capelli (e i riporti) vengono spazzati indietro violentemente, stringi più forte il giornale che però ti si spiaccica in faccia come una medusa molle, resisti stoicamente alla corrente, anche se vacilli. In quel momento sento un dolorino al mento, e mi accorgo che la mia mascella è precipitata sul bancone con un tonfo secco, mi affretto a recuperarla mentre mi cadono le braccia, per quelle non c’è nulla da fare, le lascerò lì a spazzare il pavimento. Dalla mia bocca escono flebili parole: “ma in che senso tanto, sono piccole cose…” (deficiente, penso, ma cosa ti giustifichi a fare? Rispondile male e chiedile se percaso abbia sbagliato mestiere!), lei così incoraggiata, incalza: “Ma fai una DIETA particolare per MANGIARE così TANTO?!” Altra ventata gelida. Altra mia rispostina cretina e intimidita: “Mi muovo tanto…” (stupida, cosa dici! Dagliela in faccia la pizza, scardinale la mascella, magari dopo migliora pure d’aspetto questa sciacquetta maleducata e sdegnata!). No invece, non dico altro, mentre la faccia della barista-non-è-il-mio-posto-mi-ci-hanno-costretta-ma-io-volevo-fare-tutt’altro rimane contratta nella sua smorfia di dolore, le  fa già male la pancia al pensiero della mia digestione, all’idea di tutta quella massa di cibo enorme e pulsante che mi farà diventare “grassa come quelle ciccione che fanno aquagym senza rendersi conto che non serve a nulla e poi vengono qui a chiedere il panino con la nutella” (avete letto bene, anche queste sono parole, in altra occasione, della dolce barista). Allora, siete d’accordo con me che la frase del titolo qui ci stava a pennello? Fortuna che la mia palestra prevede un servizio di segnalazione varia per lamentele o complimenti, indovinate a quale categoria mi affiderò per parlare della tenera donzella? No, non sono una delatrice codarda, lascio nome e telefono, in modo da essere riconoscibile e contattabile… però la prossima volta se la vedo al bancone me ne vado al centro commerciale vicino, almeno lì posso strafogarmi di focaccine e yogurt senza che il commesso mi esponga al pubblico ludibrio mentre sto addirittura pagando ciò che ho consumato!

Secondo episodio (o esipodio, direbbe qualcuno). Sarò breve, poiché finora le parole sono state fin troppe! Sabato sera vado a una festa anni ’80 con una cara amica, sua cognata e suo fratello. Ci conciamo da matte, colori, lustrini, trucco pronunciato la fanno da padroni, peccato che arrivate lì scopriamo di essere state le uniche ad aver rispettato il dress code anni ’80. Non vedo una sola persona vestita da Madonna o Den Harrow come mi aspettavo! C’è solo una specie di Robert Smith dei Cure e lì mi si accende una flebile speranza, subito abbattuta da Stefi: “quello si veste sempre così”. Ah. Peccato. Ci sediamo al tavolo dove ci sono alcuni componenti di un “gruppo” nato su Facebook con l’intento di consolarsi dalle reciproche pene e pronti, una volta risolte queste pene, a mollare i propositi di eterna amicizia che urlano sul social network come proclami ogni santo giorno. Io sono stata cacciata da quel gruppo senza una parola, così quando chi ha operato la scissione della mia persona da questo allegro assembramento, nel salutarmi mi dice: “allora, non sparire, esci qualche volta!” la mia faccia assume le sembianze dell’Urlo di Munch, mentre mi sento dire “Sì, sì, certo!” (cretina un’altra volta, quante occasioni vuoi mancare?). Allora, la mettiamo anche qui la simpatica frasetta? Parafrasando la madre di Artemio (Renato Pozzetto) in “Il ragazzo di campagna posso anche dire: “L’invidia l’è na bruta bèstia!”

Cari brutti, ciccioni, delfini, baristi, rosiconi e timidoni, buonanotte!

Alla prossima, come si suol dire da queste parti. Siate felici! 

Fatti salvare

15 Giu

Sta per arrivare il fine settimana, o forse è già arrivato. Tempo per molti di divertimento, pausa e rinvio dei problemi a lunedì; di lavoro, per altri; di nostalgia e strette allo stomaco per altri ancora che non vedono l’ora che sia finito. Ogni tanto mi capita qualcosa che mi riporta agli occhi scene, voci e ricordi che non vorrei trattenere, ma se arrivano  vuol dire che un senso ce l’hanno.

Buon fine settimana a tutti, non so se chi mi salvi c’è sempre, ma voglio sperarlo con tutte le forze.

Alla prossima.

Stavolta condivido una nota: #salvaiciclisti

14 Giu

Egregio Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana, Prof. Mario Monti,
Abbiamo molto apprezzato la nota con cui Lei il 14 maggio scorso ha dato sostegno alle istanze della campagna #salvaiciclisti sottolineando i vantaggi economici derivanti dall’uso della bicicletta in ambito urbano e definendo la bicicletta come “mezzo di trasporto “intelligente”, sia dal punto di vista dell’impatto ambientale, sia a livello economico, dato che riduce sensibilmente i costi legati alla mobilità urbana, sia, aspetto non meno rilevante, per la salute degli individui.”
Infatti, in questo periodo di crisi economica, per ridurre i costi derivanti dalla mobilità, molte persone fanno sempre più ricorso all’uso della bici, anche per andare al lavoro.
Purtroppo nel nostro Paese coloro che decidono di utilizzare la bici per recarsi al lavoro, si trovano a confrontarsi con una legislazione che, non solo non incentiva, ma addirittura penalizza chi utilizza questo mezzo di trasporto. In Italia, in caso di sinistro durante il percorso casa-lavoro effettuato in bicicletta, l’INAIL riconosce al lavoratore lo status di “infortunio in itinere” “purché avvenga su piste ciclabili o su strade protette; in caso contrario, quando ci si immette in strade aperte al traffico bisognerà verificare se l`utilizzo era davvero necessario” [nota INAIL].
Mentre nel resto d’Europa l’uso della bicicletta come mezzo di trasporto per recarsi al lavoro è sistematicamente incentivato e promosso, in Italia il lavoratore che decide di spostarsi senza inquinare e senza creare traffico, non solo non riceve alcun incentivo, ma deve farlo a proprio rischio e pericolo e senza tutele.
Allo scopo di mettere fine a questo anacronismo è in corso una campagna promossa dalla Federazione Italiana Amici della Bicicletta (FIAB) che chiede la modifica dell’art. 12 del D.Lgs. 38/2000 e di aggiungere al testo attuale la frase: “L’uso della bicicletta è comunque coperto da assicurazione, anche nel caso di percorsi brevi o di possibile utilizzo del mezzo pubblico”, esattamente come previsto per il lavoratore che si reca al lavoro a piedi.
La proposta della FIAB ha già raccolto oltre diecimila firme e ricevuto parere favorevole da parte di ben tre Regioni, tre Province e sedici Comuni tra cui Milano, Bologna e Venezia che ravvisano grande imbarazzo nel chiedere ai concittadini e ai propri dipendenti di usare la bicicletta senza poter garantire nel contempo adeguate tutele.
Con la presente chiediamo a Lei, al Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali e ai Presidenti di Camera e Senato di voler intervenire al più presto per porre fine a questa discriminazione che non ha eguali in Europa e di accogliere questa proposta di modifica legislativa.
Per ulteriori informazioni sul tema dell’infortunio in itinere per il pendolare in bicicletta, Le segnaliamo il sito internet http://www.bici-initinere.info che è stato predisposto allo scopo di diffondere consapevolezza rispetto a questa campagna.
Confidando in una sua pronta risposta e auspicandoci condivisione nel merito,
cogliamo l’occasione per salutarla cordialmente

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Se anche tu ritieni che chi si reca al lavoro in bicicletta non debba essere vittima di discriminazioni invia questa lettera direttamente al Presidente del Consiglio, al Ministro competente e ai Presidenti di Camera e Senato: e.olivi@governo.it; gabinettoministro@mailcert.lavoro.gov.it; fini_g@camera.it; schifani_r@posta.senato.it.
Inoltre puoi contribuire alla diffusione di questa iniziativa attraverso il tuo blog, il tuo sito internet oppure attraverso il tuo account di Facebook o di Twitter.

Il vicino s’è involato

8 Giu

Ieri mattina, uscivo di casa per andare al lavoro, chiudo la porta, abbasso lo sguardo verso sinistra, la porta del vicino è aperta, ma c’è qualcosa di strano. Non voglio insistere nel guardare, non voglio violare la sua privacy, però vedo sbucare dalla soglia un pezzo di plastica trasparente, di quella che si usa quando si dà il bianco alle pareti. Allora alzo lo sguardo: la casa è vuota, la plastica copre i pavimenti, è già sporca di vernice e mi viene incontro un imbianchino giovane, basso e anch’egli ricoperto di pittura bianca. Ma come, l’altro giorno l’ho sentito uscire di casa, ho sentito girare quella pesante chiave in quella pesantissima serratura che faceva così tanto rumore da farmi pensare che stessero cercando di aprire la mia porta! Poi col tempo mi sono abituata, ma un piccolo brivido mi è sempre passato alla base del collo, fino a capire che quella fosse la porta del mio strano ormai ex vicino.

(non so perché inserisco questo video, forse perché è allegro e mi ricorda un anno straordinario, il 2006)

Il vicino era alto alto, magro magro, con una gobbotta proprio sotto al collo, le braccia lunghe come quelle di una scimmia, i capelli radi e bianchi, il viso contratto e i tratti compressi sotto pieghe di carne; la pelle ingrigita da milioni di sigarette delle quali portava addosso l’odore come se se le fosse spente addosso tutte insieme senza mai lavare i vestiti. Talvolta quest’odore entrava in casa mia da sotto la porta, dai lati, dal legno stesso; se avessi potuto vederlo sicuramente si sarebbe palesato come la nuvola densa che a volte c’è nei film dell’orrore, quel fumo che entra prima piano piano, poi invade ogni spazio, si colora di veleno e tu perdi i sensi ma in questo caso non c’è il supereroe che viene a salvarti.  Con questo mio strano e allungato vicino non ho mai scambiato una parola, qualche volta ho provato a salutarlo ma non mi ha mai risposto, continuando a salire o scendere le scale con la sigaretta stretta tra il pollice e l’indice, a un millimetro dalla bocca, sempre ridotta a un mozzicone, perso in chissà quali pensieri.

(ascoltatelo questo pezzo, è straordinario)

Insomma, non ho mai parlato col vicino e ora lui se n’è andato. Poco male qualcuno dirà, succede tutti i giorni. A me però non suona così bene questa chiusura. Stasera tornando a  casa ho alzato lo sguardo e ho visto che le imposte del suo ex appartamento erano aperte… Mi è sembrata una violazione crudele, come un guardare nella borsa di una persona morta. Sì, troppo, sto esagerando, infatti. Del resto lo strano personaggio adesso sarà rinchiuso tra quattro nuove mura e non starà pensando quello che io sto scrivendo. Io mi ricorderò di una persona bizzarra, anche se forse solo ai miei occhi, che la mattina della domenica, di tutte le domeniche, accendeva una strana radio con musiche delle quali non riuscivo a capire genere e provenienza e continuava fino alle 9,30 quando usciva. Poi tornava. Poi usciva di nuovo. E quella chiave spaventosa sempre a finire in quel buco nero che c’è al posto di una serratura normale, col rumore così vicino che andavo a vedere se ci fosse un ladro alla mia porta o qualcuno che stesse solo sbagliando casa, come è successo a me, qualche sera fa, che ho cercato di aprire la porta di quelli di sotto, ma quando me ne sono accorta sono fuggita.

(sentitevi pure questo, le donne lupo, chitarra bellissima)

Una sola volta un amico è venuto a trovarlo, vecchio e bigio come lui, guardavano la tv commentando i programmi fino a tarda notte, poi se n’è andato anche lui. Insomma, io penserò a queste cose, il ricordo sarà questo. Ma a me qualcuno penserà? Qualcuno che ha traslocato o mi  ha incontrato per le scale qualche volta? E ha notato qualcosa da bizzarro, qualcosa da ricordare? Mi piacerebbe saperlo. Per ora buonanotte.

Alla prossima.

 

 

 

Ma come ti vesti…?

29 Apr

L’acquisto delle scarpe, che avveniva nella stagione autunnale, subito dopo l’inizio dell’anno scolastico, era uno dei momenti più difficili e una delle prove più faticose che la mia vita infantile e poi adolescente mi metteva davanti. Era quasi un momento drammatico, oltreché solenne. Si svolgeva necessariamente con la presenza di mia madre la quale, fattasi consegnare la cifra approssimativa da mio padre, dopo una certa contrattazione sul modello, il negozio da scegliere e l’orario migliore in cui andare, mi trascinava con sé a concludere l’acquisto.

Nel negozio vari modelli mi venivano offerti in misurazione; io ne adocchiavo quasi esclusivamente uno, nei giorni precedenti ero passata e ripassata davanti alla vetrina e ogni giorno dentro di me riconfermavo la scelta. Però mi mettevo un sacco di problemi: costano troppo, non le piaceranno, il negozio non le sta simpatico, ma soprattutto chiederà… lo SCONTO.

La richiesta dello sconto era uno dei miei incubi ricorrenti per tutto il periodo che precedeva il momento dell’acquisto delle scarpe per la stagione invernale. Cominciavo a vergognarmi circa due settimane prima alla sola idea, e questo sentimento aumentava finché si arrivava alla cassa per il pagamento, dove in tutti i modi cercavo di sgattaiolare o di distrarmi per finta, per non assistere alla contrattazione.

“Mi faccia un po’ di sconto, vengo sempre qui”, “no signora, non posso, è il prezzo più basso che sono riuscita a farle”; e così via, fino a che qualche lira ulteriore non veniva scalata e io potevo ricominciare a respirare, dopo aver rischiato un’asfissia da blocco ansioso del funzionamento dei polmoni. Qualche volta, essendo un po’ cresciuta, ho provato a dirle: “ti prego, stavolta non chiedere lo sconto!”, ma mi veniva risposto che al suo paese, al sud d’Italia in generale, chiedere lo sconto e contrattare il prezzo, anche se imposto in vetrina, era una cosa normale, anzi, doverosa, perché il commerciante doveva capire che il cliente non fosse un essere passivo pronto a farsi rifilare qualsiasi finta offerta che in realtà era una fregatura. Il vero cliente, riconoscendo la qualità della merce, doveva riportarne il prezzo a un ammontare equo per entrambi, in modo che nessuno ne uscisse fuori con la sensazione di esser stato gabbato, l’approccio che oggi tanti life coach chiamano “win-win”, cioè nessuno perde e tutti son contenti. All’epoca però una persona scontenta c’era, ed ero io, che avrei pagato la cifra imposta sul cartellino senza fiatare pur di non assistere a quello spettacolo che per me era imbarazzante e avrei preso velocemente la porta correndo a casa per provarmi le scarpe nuove tanto desiderate. Avrei rivisto il negozio di scarpe soltanto l’anno dopo, perché il concetto di calzature estive a casa nostra era un po’ diverso: bastavano dei sandaletti di gomma, tanto si andava al mare, o degli zoccoli di legno che ad ogni passo sbattevano sul tallone dando uno spettacolo di sciatteria non da poco, ma all’epoca mi sentivo in estate solo così.

Un altro momento difficile, in realtà un lungo momento, è stato dalla nascita fino ai 12 anni, cioè tutto il periodo della mia vita in cui mi sono stati imposti i vestiti, per meglio dire, ciò che odiavo di più: gonne e cappotti. Sono cresciuta negli anni ’80, gli anni in cui c’erano i giubbotti imbottiti di piuma d’oca, gonfi e colorati, i jeans con il risvolto di tela stampata a disegnini che addirittura i maschi portavano, le scarpe da barca, le cartelle coloratissime. Io invece portavo calzettoni sotto il ginocchio e gonne a quadri marroni e beige, e indossavo rigidi cappotti di lana dura che mia nonna mandava nei pacchi regalo per tutta la famiglia; ogni volta che arrivava uno di questi pacchi tremavo: talvolta  contenevano un bambolotto per ognun a delle figlie e un gioco per i maschi oltre a dolciumi vari e allora potevo sopportare anche il resto del contenuto, ma c’erano delle volte in cui arrivavano solo vestiti avvolti in odore di naftalina e lì il primo impulso era quello di fuggire il più lontano possibile. Uno degli arrivi fu appunto un cappotto grigio scuro doppiopetto con cintura e spacco alto fino al sedere che fu la mia croce per qualche anno dalle elementari fino alla seconda media. Per mia madre dovevo metterlo perché ero “così ordinata” con quello addosso, ma per me era un dramma perché i miei stessi compagni di classe mi prendevano in giro per la forma che aveva, per le spalle imbottite da militare, per lo spacco, perché metteva in evidenza un petto purtroppo non più così infantile che un giubbotto imbottito avrebbe invece nascosto meglio. Le gonne poi, le odiavo. Ero alta già sul metro e sessanta in prima media e mostrare le ginocchia sbucciate sopra i calzettoni non mi andava proprio giù. Ricordo che i primi collant che mi furono concessi erano celesti o rosa, velati e con fiorellini ricamati sopra: il guaio era che sotto si vedevano lunghi peli mai ancora tagliati via, così l’effetto fu ben più negativo di quello dato dai calzettoni. Però poi arrivò il giorno che nei miei sogni più remoti avevo desiderato si realizzasse, quando mia madre mi chiese: “ma ti piacerebbe un giubbotto come quello della tua compagna A…?” Corsi a comprarmi un’imitazione del Moncler, rosso e imbottito a strisce di calde piume con le maniche staccabili che ho poi utilizzato per tantissimi anni e che ancora conservo. A volte basta poco per essere felici…

Alla prossima!

Ma la notte… no

31 Mar

Ho qualche problema con la notte. Sembra che, di notte, tutti i pensieri che durante il giorno sono stati nella bara a temere la luce del sole, spalanchino il coperchio ed escano incontrollabili e impetuosi come i bambini fuggono da scuola al suono della campana, venendo a cercarmi.

Mi riempiono lo stomaco di ansie, contraggono i muscoli dell’addome, infiammano le gambe, alzano la temperatura dell’aria, si danno la mano in un sabba rumoroso e  sguaiato sopra la mia testa. Ho poco potere di scacciarli, le armi  apparentemente efficaci che uso di giorno la notte sono spuntate, non sparano, non feriscono più, diventano d’un colpo vecchie e annerite e arrugginite. Intanto i pensieri si divertono e con risate oscene fanno a gara a chi mi tiene più sveglia.

Arrivano le preoccupazioni banali, quelle legate al lavoro, alle persone, alla vita di tutti i giorni, ma anche angosce più profonde, che di giorno mi illudo di negare. Sogno bici rubate, violate e con le gomme squarciate, la mia libertà è in serio pericolo e non la sto difendendo a sufficienza? Temo la notte perché una volta potrei accorgermi che non finisce mai, che la luce non la strappa via con forza cacciandola in malo modo all’improvviso, e lasciandomici intrappolata.

Ed eccola. Buonanotte. Alla prossima, speriamo di giorno.

(Era una scusa per sentire un po’ di musica, l’avevate capito? Ora a nanna, su.)

Non sempre salutare è una bella cosa

18 Mar

Dopo lungo meditare, testa vuota e poi piena all’improvviso ma senza la voglia di farne defluire il contenuto, eccomi di nuovo su queste pagine. È un post doloroso questo, ho pensato per un po’ se scriverlo, poi mi son detta: pazienza, anche questo fa parte dei miei fatterelli quotidiani, a volte un po’ troppo quotidiani, quindi ci deve pur essere una buona motivazione se ogni tanto qualche uragano arriva a scompigliarli.

Intanto, fatemi il favore, rileggete questo post; sono poche righe, non vi annoierete, finirà in un baleno ma vi serve per capire meglio perché dico che quello di oggi per me è un post doloroso. Forse nemmeno vi serve rileggerlo in realtà; delle mie bici parlo sempre ogni volta che scrivo, è raro che non siano presenti nel mio raccontare, anche solo in una riga per volta.

Per farla breve, Mia e Topa hanno preso la loro strada. Mani poco gentili, dopo aver rotto un pezzo del muro di molli mattoni della mia cantina, le hanno portate via, lasciando Vanessa incredula e attonita nella sua nuova solitudine. Un lavoro troppo facile, oserei dire un lavoretto, anzi sono stupita che in due anni e mezzo non fosse già accaduto. Qui c’è da dire che il mio senso di sicurezza è stato il maggior colpevole dell’incauta cura dei miei amori più grandi, le mie due ruote. Vengo da un’infanzia e adolescenza in un paesino di poco meno di 4000 persone, dove negli anni ’80 si lasciava la chiave nel cruscotto dell’auto per fare più in fretta la mattina ad andare via; dove la bici si appoggiava al muro e si giocava allontanandosi e perdendola di vista, certi che la si sarebbe ritrovata per filare a casa perché era ora di pranzo. Un posto dove a qualsiasi ora del giorno e della notte rientravi a casa senza l’ansia di chi avresti incontrato e senza stringere più forte la borsa e affrettando il passo nell’incrociare qualcuno di apparentemente losco. I loschi in paese si sapeva chi fossero, e lo sapevano anche loro, non si scoprivano mai troppo e le cose brutte che succedevano facevano subito eco in tutta la zona.

Questa per me è una cosa brutta. E i vigliacchi che l’hanno presa non lo sanno cos’era lei per me. Ho amato Topa come mai avevo amato una bici e avrei tantissime cose da raccontare su tutta la strada fatta insieme, sui boschi dove ci siamo perse, sul traffico che sembrava più facile da affrontare insieme, su tutte le vetrine dove ci specchiavamo, felici di avere insieme quella linea unica, un tutt’uno che finché eravamo in movimento sarebbe stato indivisibile. Topa ha avuto più periodi, più ispirazioni, come un pittore che rinnova la sua arte e si evolve nel tempo. Ha avuto la linea originaria, un po’ troppo cittadina, poi è diventata un po’ retrò, poi fricchettona con le farfalle e i fiori incollati sui parafanghi, poi tolti, per farla diventare sportiva e multitasking, come piace essere anche a me, poi patriottica, con la bandiera italiana acquistata al raduno degli Alpini del 2011 e avvolta sul telaio. Forse per questo mi piaceva così tanto, è cambiata con me, ma restava anche la stessa, agli incroci le accarezzavo il telaio così ruvido e piacevole sotto la mano, mi ha sempre calmato, sopra ci potevo piangere, ridere, cantare, ascoltare tutta la musica dell’universo, caricare come un mulo per andare in palestra, sentirmi forte, non avere nessun problema al mondo. Così ho scoperto qual è il mio tallone d’Achille: non avere Topa. Senza sono più debole e rallentata, in tutto.

Topa, fammi un favore, adesso che sei andata via, non tornare più, ti prego, non farti più vedere, nemmeno per caso, non sopporterei la vista della tua linea inconfondibile sotto il sedere di qualche incauto acquirente che non ti amerà mai come me; lo so, non si dice questa cosa, non è giusto: tu devi sapere di essere amata lo stesso, è brutto quando qualcuno ti dice che nessuno ti amerà come lui, ti fa sentire sola e indegna di essere amata ancora e ancora. E così non te lo dirò più. Spero solo che le tue ruote, il tuo bellissimo manubrio che avevo scelto apposta per te, i tuoi cerchioni neri alti che adoravo, la tua vernice opaca, conserveranno memoria di tutto quello che abbiamo vissuto insieme, le vacanze, i pomeriggi assolati, le mattine senza la voglia di andare al lavoro. Però tu eri lì, ti tiravo su dalla cantina e mi sentivo bellissima e fortissima sopra dite e, almeno per tutta la durata del viaggio, nulla ci poteva turbare. Fai una cosa, se la vedi saluta anche Mia. Lei è ancora piccola e forse non ha molti ricordi con me, ma mi piaceva molto il suo molleggiare morbido in frenata e la facilità con cui affrontava ogni tipo di terreno, di ghiaia, di acqua, di erba.

Non fermarti, Topa, corri. E grazie di tutto.

Topona e i capisaldi

1 Mar

“Ecco un buon parcheggio, ed è anche tutto libero, che bello!”

Stef si allontana trotterellando tutta soddisfatta della sistemazione della sua auto (senza chiedersi perché, direbbe qualcuno) e quando arriva da me si scusa di essere in ritardo, “non riuscivo a trovare parcheggio!” e istantaneamente si scorda del discorso dato che cominciamo a chiacchierare fittamente di scuola, di lavoro, dei colleghi, dei tipi che incontra, e che panorama scoraggiante c’è in giro, e non ti puoi più fidare di nessuno, di questo passo resto sola che è meglio, chi me lo fa fare, sì ma poi qualcosa mi manca, però l’indipendenza è meglio, ma ci sarà mai qualcuno di adatto a me che non sia infantile, disadattato, egoista, passivo, scambista o posseduto dal demonio? Intanto si cena, faccio l’hamburger con il purè di patate, è rimasto un pezzetto di salsiccia da ieri sera, ne vuoi? E poi un po’ di formaggio, assaggialo che è piccante, che dici, mi faccio un caffè? A un certo punto lei si alza, perché io voglio guidare Topona e lei si è offerta volontaria allo scarrozzamento, solo che a me prende sempre una sottile paura subito prima e ho bisogno della spintina dietro la spalla, di una mano amica che mi dica dolcemente ma fermamente “dai, andiamo che ce la fai” e così mi riscuoto, capisco che ormai non si può più tornare indietro e far finta di sonnecchiare sul divano e così andiamo. La guida va bene, vado piano ma sono all’inizio, non mi preoccupo e non ho fretta, lei è tranquillissima e si fida di me, leggiucchia messaggi e mi dà qualche dritta su come non inchiodare in frenata, andare più tranquilla e intanto chiacchiera e io mi rilasso, le spalle non tirano più.

 

Allora mi viene da pensare che forse non sono poi così solitaria come ho sempre pensato, i miei sport e passatempi sono stati sempre molto individuali, la bici, come la corsa, come il nuoto ecc., testa bassa e avanti “fino a che non fa più male”, come dice J Ax! La macchina mi da’ una sensazione di convivialità, ancora più di una cena insieme, mi sciolgo, mi viene da ridere e da parlare e ascolto ancora più attentamente quello che mi arriva alle orecchie e mi diverto un sacco! Non mi sento quasi più nemmeno in colpa verso le mie bici, restano il mio caposaldo (i capisaldi: la femmina, il danaro… e la mortazza! – Piotta docet), però la mia sete d’apprendimento di nuove abilità è troppo grande e Topona giustamente richiede le sue attenzioni!

Il giro è andato bene, abbiamo quasi finito, però quando lei mi dice dove ha parcheggiato mi schianto quasi dalle risate!  “Ah, ho messo la macchina nel parcheggio del supermercato, mica ci saranno problemi?” I miei occhi si spalancano: “ma guarda che la sera chiudono con la sbarra, non puoi più uscire!!” e lei: “ecco perché c’era così tanto posto, mica ci avevo pensato!!” La sua macchina è in mezzo al piazzale, solitaria e poetica sotto la luce fluorescente dei lampioni, e assolutamente inaccessibile. 

Topona allora si offre di andare a casa con lei, la rivedrò domani, Stef mi manda un messaggio: “dorme sotto la mia finestra”, ormai chi mi conosce mi chiede subito come chiamo le cose e le umanizza ancora prima di me. Dorme lei, vado a dormire anch’io. Alla prossima (vado piano, ma ho la P sul lunotto posteriore… quando la toglierò non so!)

Storie di ruote

14 Feb

All’asilo fu il trattore; rosso, con le ruote nere, tutto di plastica ma ai miei occhi era un bolide rombante e luccicoso che a tutti i costi doveva essere mio. Facevo la posta a Filippo perché volevo il suo, lui mi piaceva anche un po’, ma a cinque anni a quella cosa non dai un vero nome. Appena lo lasciava mi precipitavo ad afferrarlo e con sommo godimento giravo in tondo per la saletta comunale che all’epoca era la scuola materna che frequentavo, finché non arrivava qualcuno a prendermi e allora dovevo lasciarlo per forza. 

Poi arrivò la prima bici e di anni ne avevo tredici e non avevo ancora l’equilibrio. Lo presi a forza di tentativi sotto il sole cocente di luglio al mare su Ametista, una bici della Bianchi di color rosa chiaro con la quale sperimentai la prima vera sensazione di libertà della mia vita: era come volare. Poco male se non tenevo la destra e se mi fermavo a ogni auto che arrivava alle mie spalle, anche se distante da me; col tempo imparai a portarci sopra i miei fratelli, seduti o in piedi sul portapacchi. I portapacchi di “una volta” erano infatti belli robusti, non come quelli di adesso che sono fil di ferro e a stento ci puoi caricare su un pacchetto, figuriamoci una persona! Era l’86 e dovevo andare in seconda media. Nell’87 poi passai letteralmente tutta l’estate sopra Ametista, con i miei fratelli sulle BMX al seguito oppure da sola. Una volta la parcheggiai su un guard rail vicino alla spiaggia (non c’era bisogno di antifurto all’epoca) e accettai il giro in scooter che mi offrì un certo Marco che poi non ho più rivisto. Immagino che ora sia un quarantenne come tanti, ma all’epoca il suo “Cosa” rosso lucido mi aveva regalato bei momenti di evasione e molta aria in faccia. Da Ametista alla bici successiva passarono diversi anni e adesso avevo venticinque anni, stavo finendo l’università e la tenni un anno in casa davanti al letto, timorosa di portarla fuori e affrontare le salite cagliaritane sentendomi mancare il respiro e così ogni tanto la spolveravo; finché un giorno, iscrittami in piscina con una mia amica, le chiesi: come ci andiamo a nuoto? E lei: in bici, no? Lì mi terrorizzai ma non dissi nulla, mai avrei mostrato paura o esitazione, quindi la mattina dopo alle sei e mezza rispettai l’appuntamento e la seguii. Ricordo ancora la prima discesa dopo aver nuotato: volavo nuovamente dopo dodici anni! Da allora non ne ho più fatto a meno, adesso le bici sono tre, ma ce ne sono state intanto altre due, purtroppo rubate da sconosciuti che spero le abbiano trattate bene, oltre ad aver loro augurato un sacco di emorroidi! 

Il succo della storia è che, dopo tante coppie di ruote, ne stanno per arrivare quattro insieme… Ebbene sì, è proprio  così, arriva Topona – l’auto. Metterò la sua foto appena verrà con me, ma non posso negare che il suo arrivo, oltre che di aspettativa, mi riempie di una certa ansia serpeggiante e qualche conflitto. Sì perché è possibile che proprio io, ciclista urbana convinta, possa anche guidare una scatola meccanica come tante altre persone? Poi il conflitto arriva perché se penso a Topona la penso già come un’amica e ho voglia di vederla e stare un po’ sola con lei, oltre che sperare di portarci dentro le persone che ne saranno contente come me. 

Bene, ho deciso, è un passo necessario e una cosa non escluderà l’altra. Topa, Mia e Vanessa non saranno gelose, anzi, magari ci guadagneranno un po’ di strada in più in qualche posto nuovo e più lontano che finora non potevano raggiungere. Sono sicura che mi sentirò ancora più ricca di quanto mi senta adesso, di cose materiali e non, anche se un pensiero a chi non potrò scarrozzare più lo farò sempre.

Buona strada a tutti.

Alla prossima.

Torino è bella, Torino è bianca

30 Gen

Torino mi ha accolta dieci anni esatti fa, abbracciandomi in un manto di nebbia bianca, come bianca è la neve di questi giorni. Il suo abbraccio non mi è mai mancato, l’ho ritrovata in ogni angolo quando ero felice ma anche nei momenti difficili. A ogni viaggio, aprendo la porta di casa e facendo un profondo respiro pensavo: sono tornata a casa. L’ho scelta, mi ha scelto. 

La amo, la detesto, la fuggo, mi nascondo per non farmi trovare, ma lei è sempre lì, seduta e silenziosa, con la sua corona di montagne spettacolari, che ogni volta mi dice: torna, sono qui, non vado via, son qui che ti aspetto. E come rifiutare un così morbido invito,  fatto senza ombra di costrizione né ricatto? 

Ogni volta ci ricasco e non mi pento, e il suo sguardo pieno di tenerezza mi accompagna ancora…

Pensieri nì

15 Dic

Né sì, né no. Nì. Era da un po’ che non scrivevo in presa diretta qualche frase sparsa qui e là. Era da un po’ che non scrivevo, punto, come direbbe un amico che ama sottolineare la fine delle frasi a effetto. 

Avviso: non so cosa scrivere. Faccio questo avviso a beneficio di chi avesse già poca voglia di leggere e vorrebbe tanto sentirsi stimolato da un testo accattivante; ebbene, consiglio di lasciar subito perdere perché non troverebbe soddisfazione in questo contesto una persona con questo scopo. In effetti poi, cosa aspettarsi da una che spalma marmellata di arance rigorosamente amare con le scorzine su biscotti al plasmon (la prossima volta mi compro quelli da biberon che si sciolgono nel latte) rovesciandola sulla console dov’è il computer e, dato lo spazio limitato, nel cercare di raccoglierla col cucchiaino, spanderla ancora di più raccogliendo contemporaneamente la polvere accumulatasi negli ultimi giorni? A proposito, a quando risalgono le mie ultime pulizie in questa casa? Non importa, tanto la marmellata l’ho già mandata giù e della eventuale polvere non mi sono accorta.

Stasera tornando dal corso sono andata piano ascoltando l’album “Alice canta Battiato”. Sono riuscita a dare le giuste precedenze, a pretendere con calma le mie, controllare bene che non arrivasse nessuno a travolgermi agli incroci, non ho suonato ai pedoni sulle piste ciclabili a spasso con guinzagli lunghi con attaccati cagnetti simili a topi, ma quell’indiano colle rose in mano non è lo stesso che ho visto all’andata? O parlo come la solita occidentale che vede chi appartiene ad altre nazionalità come uguale agli altri suoi simili? E se fosse così, come farebbero i cinesi e i giapponesi a riconoscersi tra loro? Vuol dire che loro notano eccome le reciproche differenze, se no sai che guaio quando si torna a casa la sera, si aprirebbe a chiunque senza farci caso. Cara, cosa vuoi per cena? Gnocchi al pomodoro! Ma non li detestavi? Eccerto, li detestava sì, ma questa non è lei! 

Non ho mai voglia di fare gli esercizi d’inglese. A che servono gli esercizi? Solo in palestra servono e sono divertenti, nel resto della vita sono noiosi e ti allontanano dalla spontaneità con la quale ti avvicini alle cose nuove e le impari, appunto, in presa diretta. Certo, so già che qualcuno, più accorto e coscienzioso di me, dirà che la maestria, la naturalezza nel fare qualcosa dipende dalle mille e mille ore di esercizio che vi hai dedicato; finora però, a parte pochi campi, ho sempre preferito buttarmi nell’apprendimento pratico, anche perché dimentico in fretta le istruzioni. Una volta per esempio, nella mia prima gara di kart (e anche penultima), dimenticai immediatamente le indicazioni del tizio che ci spiegava le bandiere, i giri da fare, le posizioni in classifica “quando vedete che faccio così fate cosà e quando vedete che faccio cosà fate così” e mi ritrovai contromano, in preda all’ansia e in movimento quando dovevo stare ferma. Feci due giri e mezzo e uscii, sentendomi protetta nell’osservare gli altri, ridotti a puntini neri rumorosi e ronzanti, dagli spalti della pista.

Detesto chi non cammina sugli scivoli mobili, tipo quelli dei centri commerciali, con la pendenza scarsa che al massimo va bene a chi deve traghettare il carrello della spesa al piano di sopra. Quando incontro su questi scivoli gruppetti di persone o anche persone singole che non tengono la destra e stando fermi impediscono il passaggio, mi vergogno dell’opulenza occidentale che blocca grasse e magre gambe quando invece potrebbero e avrebbero il dovere di muoversi, dato che ne hanno la possibilità e le sputano in faccia! Ah, ma cosa dico, siamo tanto stanchi, siamo stanchi di camminare, siamo stanchi di andare in auto, siamo stanchi di avere le chiappe sulla sedia alla scrivania, siamo stanchi di abbuffarci di schifezze in pausa pranzo, siamo tanto stanchi di stare fermi e allora sugli scivoli e sulle scale mobili ci fermiamo per riposarci e poi paghiamo la palestra per recuperare tutta l’immobilità accumulata quando potevamo invece camminare.

Sì, va bene, sono insofferente, sono critica e via di seguito, capito, allora vi lascio una canzone così vi distraete più facilmente da quello che ho detto. Sì, è quasi un mese che non scrivevo nulla, ma che importa, di lasciare tracce in questo periodo non ne ho molto desiderio, anche la memoria funziona male, se non fosse per il lavoro sarei molto felice di vivere ogni momento come presente, senza prima e senza dopo. Va bene, capito, me ne vado, però volevo dire prima un’ultima cosa. E’ quasi Natale e qualunque significato abbia per voi o per me, non facciamo finta di voler stare con persone di cui invece non ci frega nulla. Il tempo per stare con chi c’interessa davvero è poco, pochissimo e finisce a volte molto in fretta, quindi perché sprecarlo? Non ho detto questa cosa proprio come l’avevo pensata, insomma, è facile dire “mi manchi”, molto facile, stare è più difficile, quindi cerchiamo di non mancarci troppo e di stare di più. Chiaro, no? No! Alla prox.

Run, run, run

19 Nov

E se qualche volta…

…rimanesse l’unica cosa da fare?

Ho bisogno di riprendermi

31 Ott

Ho passato dieci giorni a letto per colpa di un’influenza attaccosa e resistente che mi voleva tanto bene da non essere capace di lasciarmi! L’ho distratta ma qualche brandello mi è rimasto addosso, a mò di pungiglione d’ape che prima di morire deve avere la soddisfazione di sapere che non ti lascerà del tutto.

Qui c’è bisogno di qualcosa di deciso, provvediamo subito e poi parleremo di febbre.

Alzate un po’ il volume, va’.

Avviso: questo articolo viene scritto in presa diretta (stavo scrivendo “in piena”, sicuramente un significativo lapsus), cioè senza brutta, senza bella, senza doppiatori né rete di protezione, quel che mi viene scrivo sull’onda della musica, quindi beccatevi anche gli errori (e volgarità eventuali, come avrebbe detto il caro Troisi). Ecco, quando ero piccola avere la febbre non mi piaceva, mi portava in uno stato semicomatoso e bollente che non mi faceva capire nulla e così resistevo finché potevo, finché la temperatura troppo elevata non mi costringeva a fermarmi sotto le coperte per più giorni. Manifestavo la mia strenua contrapposizione al male puntando i piedi per andare a scuola a tutti i costi (e solo quando avevo la febbre era così, mentre di solito mi deprimevo molto al solo pensiero di alzarmi la mattina), e una volta vi andai con il morbillo stampato in faccia, cosicché la maestra mi rimandò a casa di corsa.

E vabbè, un altro video! E allora, questo volume??!

Ecco, dicevamo: appena mi infilai nel letto il morbillo si manifestò in meno di una giornata con un’unica chiazza color vino in faccia, non con le belle e decorative macchioline che si vedevano sui libri disegnati che illustravano bambini malati quasi felici dei loro regolarissimi pois rossi. Me lo tenni per molti giorni e mi tenni anche tutti i rimbrotti di mia madre che diceva che se mi fossi arresa giustamente per tempo alla malattia invece di combattere contro il mulino a vento, adesso sarei già guarita! Stessa cosa successe con la varicella: avevo 13 anni, terza media, resistetti tanto che alla fine rimasi inchiodata al letto un mese con le vescicole più resistenti proprio sulla faccia (guarda che caso) e mi alzai ancora lievemente febbricitante per non perdere la gita di fine anno in Toscana con i compagni di classe dove passai una settimana a sentirmi inadeguata! Ah, a proposito di gite e inadeguatezza: in quella di quinta avrei tanto voluto telefonare a casa (si svolgeva  a Roma) ma non potei farlo, perché una mia compagna di classe, alla quale anni dopo avrei fatto da palo nel buio mentre si limonava il suo futuro marito ancora detestato dai suoi genitori, non volle prestarmi i gettoni per il telefono, nonostante le mie rassicurazioni sulla loro restituzione! Sì, perché pensavo sinceramente che infilare i gettoni nel telefono servisse solo a farlo funzionare ed ero sicura che lo stesso numero di monete infilate prima della telefonata uscisse invariato al termine di essa! Com’ero sinceramente convinta che la tizia che ci guardava da piccoli (la tata? non so come si dica oggi) non avesse, con abile mossa e qualche forcina, asportato proletariamente le monete dal salvadanaio di noi piccoli, ho pianto e sbattuto i piedi tutto il tempo affermando che avesse versato della colla nel contenitore e le monete si fossero attaccate sul fondo, così, per gioco! La mia teoria non fu realmente verificata quindi non so dirvi se in effetti avevo ragione o no! Ma non stavamo parlando di febbri? Ah, sì, un attimo. Volume!

Insomma, ad avere la febbre contemporaneamente eravamo sempre tutti e casa mia diventava una corsia d’ospedale senza orari, c’erano brodi con pastina che andavano e venivano, tachipirine in supposta somministrate contro ogni fiacca e febbrosa volontà, bacinelle per vomitare che apparivano magicamente al momento del bisogno, ma anche spettacoli improvvisati, come mia sorella che ballava alla maniera di Raffaella Carrà facendosi sempre risultare un ciuffo di capelli in bocca alla fine del ballo, pomeriggi passati a disegnare o leggere Topolini, chiasso, dormite, speranza di ricevere un dolce nuovo appena comprato (una volta mia madre comprò il nuovissimo Bounty: non piacque a nessuno e lo sputammo tutti insieme per terra… passai il tempo successivo a sentirmi in colpa pensando che lei ci fosse rimasta male nel vederci non gradire la sua sorpresa), solo che poi si guariva! I letti tornavano ordinati di giorno e usati solo di notte e purtroppo si tornava a scuola. Ho detto all’inizio che a me la febbre non piaceva, ed è vero. Però alla fine, quando ero sfebbrata, la fronte fresca e la borsa pronta per la scuola, proprio al centro dello sterno, un po’ sotto al cuore, ma ancora sopra lo stomaco, mi prendeva un gran magone. 

 

Erano finiti i fastidi e le notti interminabili e i pruriti e lo stordimento, però era finito anche il momento del pranzo con la mamma che ti apparecchiava sulla pancia e magari t’imboccava, il suo andirivieni per capire come stavi, le attenzioni, la tv spostata in camera contro tutte le regole per distrarti un po’, e ancora tante attenzioni. Ufff, di nuovo al freddo della mattina, di nuovo sul banco, di nuovo grande.

La febbre è finita, si lavora! Che tristezza… Però stasera le stelline me le sono fatte lo stesso.

Alla prossima, che vi devo dire, curatevi!  E alla larga il magone! C’è Topa che aspetta da troppo tempo…

 

Il custode Gino, il cane Nino e la patente

20 Set

“Scusa, ma la patente ce l’hai?” mi apostrofa il grosso individuo di colore che mi si affianca in bicicletta mentre cerco faticosamente di imparare la strada che mi porta al corso d’inglese, se continuo così arriverò tardi alla mia prima lezione… come sempre del resto! “Sì!” gli rispondo perplessa, senza pensare al fatto che sono in bici e quella è una domanda chiaramente irridente. “Ah perché a vedere come stai guidando, tutta traballante…!” In quel momento finalmente capisco e scocciatissima (ecco l’ennesimo bersaglio del mio umore ballerino) dico: “Non conosco la strada!” e mi rimetto la cuffia con cui sto ascoltando Paolo Nutini, ma giusto in tempo per vedere lo sguardo beffardo del disturbatore che va via fischiettando dopo aver detto “Ah, per quello…”.

Il mio umore non è ancora migliorato, infatti arrivo alla sede del corso, un posto labirintico e assolutamente non ergonomico che potrebbe facilmente somigliare a un manicomio vecchio stampo, ancora più seccata e stanca della giornata lavorativa appena trascorsa. Entro e ci sono i miei quasi compagni di corso, non li degno di mezzo sguardo, mi tengo il mio contegno altezzoso da vittima delle circostanze e spero solo che il tempo passi in fretta e io non debba parlare con nessuno.

Invece questa è una giornata che a tutti i costi vuole rovesciare i miei propositi di solitudine, perché mi sembra che chiunque incroci voglia scambiare con me una parola. Resisto finché posso poi, già seduta al mio posto e mentre mi concentro sulla scomodità delle sedie e sulla bruttezza dell’aula, sento provenire dalla mia sinistra l’esclamazione: “Ma tu sei la mia vicina di casa! Non ti avevo riconosciuta!” Mi giro e riconosco il mio vicino di pianerottolo, quello con la fidanzata e il cane carlino che piace tanto a mia sorella. Mi viene un sorrisone di sorpresa e però penso che non so nemmeno il nome di questa persona con cui divido il piano da due anni. Sbircio sul registro ed ecco, Nicola. Dopo gli stessi due anni scopro che il cagnetto si chiama Nino, la fidanzata Emily e gli piace tanto Stoccolma e oziare nel weekend (il contrario che  a me). Per tutte le due ore di corso mi diverto a pensare a com’è piccola questa città, se mi fa incontrare in un qualsiasi corso d’inglese di livello B2, in una delle mille stanze di via Livorno, un vicino di casa di cui in pratica non so nulla, nemmeno che è timidissimo  perché non ci ho mai parlato! Con questi pensieri le due ore passano veramente in fretta tra nomi di ortaggi, animali e posti in inglese e così esco felice di ritrovare Topa che già scalpita per correre a casa. Ma la giornata non è ancora finita! Mentre mi preparo per la pedalata mi si avvicina Gino, il custode notturno della palazzina di fronte che esordisce con un semplice: “Come va?” e mentre mi sento rispondere “Bene!”, lui comincia a chiacchierare del suo lavoro, del figlio Luca che quest’anno invece dell’università vuole lavorare ma poi chissà, l’anno prossimo invece studierà. Gli do qualche consiglio su cosa dirgli riguardo l’importanza dello studio, lui mi parla di quanto è bravo Luca a scuola e che sarebbe un peccato non continuasse e poi dopo un po’ arriva un altro signore e Gino mi presenta come “un’amica”. Io sorrido e porgo la mano a tutti e due, e allora ci si rivede, buon lavoro, saluti a Luca.

E penso: ma quanto parlo con le persone io? Non abbastanza, però mi è già capitato di perfetti sconosciuti o sconosciute che alla fermata dell’autobus, al supermarket, per strada, dopo un approccio timido mi hanno parlato di loro cose anche personali. Vuol dire che ispiro fiducia? O solo voglia di chiacchierare? Mi piace pensarlo e questo risolve quasi del tutto la mia giornata! Manca solo la cena, un bicchiere di latte di soia al malto (il mio preferito!) con pane e marmellata e una strimpellata con l’armonica nuova la risolvono e tra poco andrò a dormire molto più serena di quanto avrei pensato oggi. A proposito, l’armonica la voglio imparare e il primo motivo che voglio provare a fare bene deve essere il riff della canzone di Bertoli che potete ascoltare qui e che ho cantato sulla strada del ritorno… ero indecisa tra questa e la musica che Pozzetto suona nel film “Un povero ricco”! Ci penserò ancora un po’.

Prima di andare via auguro a tutti di avere, in qualcuno o in qualcosa o in qualche posto, un’oasi di pace e serenità come quella che Bertoli prova con la donna che ama e che va a trovare nella sua canzone. E il poter dire, grati, “ha cambiato la mia storia la tua compagnia”. È gioia, è semplice… Troppo semplice, dite? Sì, lo è, però è bello e oggi va bene così.

Alla prossima… Facile no? 

Saluti da Bacau

7 Set

È l’alba a Bacau nel febbraio del 1981 ed è livida. L’inverno è appena cominciato eppure sembra già esserci da un pezzo e ghiaccia tutto, mani, aria, acqua che si ferma nei tubi e non esce dalle fontane, pensieri, le parole stesse si fermano e non riescono a prendere il volo come vorrebbero. Sono sveglia già da ore, non mi sono nemmeno svestita prima di dormire, non so nemmeno se ho davvero dormito o la veglia è stata un lungo incubo prolungato. Ieri sera ho visto Ion, mi ha detto che non ci possiamo più incontrare; il suo sguardo era fermo, non so se dire freddo, però non mi guardava più come l’altro giorno, quando ci siamo nascosti nel giardino dietro il busto di bronzo di George Bacovia e ci siamo baciati per ore e scaldati come nessuna delle più calde estati potrebbe mai fare… Così ho scoperto che la pelle può scottare anche a febbraio, anche qui dove le montagne fanno ombra e ne senti il peso quando cammini, sulle spalle.

Mi ha detto: non ci possiamo vedere più, ma mentre me lo diceva guardava in basso e nemmeno verso i piedi, più in là, come se volesse cercare qualcosa nelle crepe ghiacciate della strada. Aveva le mani in tasca, più volte le ho cercate, ma da sopra la stoffa ruvida del cappotto sentivo solo le sue nocche serrate e le immaginavo livide, gelide, come una rigor mortis di uno che però si regge in piedi e ti fa chiedere come sia possibile che sia vivo. Sentivo la mia voce uscire stridula dalla mia gola e la odiavo per quello, la odiavo mentre diceva “perché? Perché?”, mille volte, quando avrei voluto fermarla, riempirla d’orgoglio e farle dire “se così dev’essere vai per la tua strada, non cercarmi più”! Invece ho aspettato in piedi, gelandomi le gambe e tutto ciò che era scoperto, mentre lo guardavo andare via senza voltarsi e nemmeno si è voltato quando la strada ha cominciato a scendere e pian piano non l’ho visto più. Allora dopo un tempo che mi è parso ore (chissà forse lo sono state, anche se la luce era sempre la stessa) mi sono mossa, ma mi sentivo un legno nelle gambe, le ginocchia non si piegavano, gli occhi erano spalancati, ci entrava tutto il vento freddo dentro e intanto che si seccavano io non potevo fare nulla per sbattere le palpebre e proteggerli. Niente poteva più proteggermi e allora sono tornata a casa, mamma ancora non era arrivata e così ho inghiottito tutte le pillole che usa per dormire quel paio d’ore tra un lavoro e l’altro. Mi sono messa nel letto con ancora indosso il cappotto e ho sentito il freddo salire e poi non mi ricordo più. Mi ricordo solo che a un certo punto ero per terra, nuda, tra le braccia di mia madre che mi scuoteva davanti al fuoco e mi versava il latte in gola e gridava. “Ce ai făcut? Ce ai făcut? Cos’hai fatto? Cos’hai fatto?” e io ho aperto gli occhi e l’ho vista e lei allora mi ha lasciata cadere a terra ed è scappata in cucina a piangere.

Sono passati i giorni, i mesi, ma io Ion non lo potevo dimenticare, una volta ero in fila per il pane e l’ho visto, era parecchi posti più avanti e lì ho cominciato a tremare. Tremavo come quando si avvicinava e mi sfiorava il viso con la mano aperta, quasi con il timore di toccarmi e poi mi accarezzava i capelli che erano ancora lunghi e mi diceva “quanto sei bella” e poi lo diceva ancora, con la voce sempre più bassa e chiudeva gli occhi mentre io lo guardavo incredula. Così sono scappata senza comprare il pane e mamma mi ha guardata con il suo sguardo diretto senza chiedermi nulla; a comprarlo è andata lei.

Un giorno mi sono accorta che a scuola Miron mi guardava e ci ho fatto caso, mi guardava sempre di più, sempre più spesso; le mie compagne mi dicevano “guarda che gli piaci, dagli una possibilità, fagli un cenno” e io urlavo di no e ancora no, non volevo nessuno, sarei rimasta sola, alla fine della scuola sarei andata via da Bacau per raggiungere Roma, cercarmi un lavoro e scordare tutto. Però mi guardava troppo e poi mi portava anche i fiori, me li dava con il braccio teso per non avvicinarsi troppo e poi andava via. A casa mamma mia tormentava, per lei mi dovevo sposare a tutti i costi, potevo mai restare sola io, con i capelli neri selvaggi e gli occhi cobalto, correndo il rischio di restare incinta e montar su uno scandalo? Io con lei mi arrabbiavo a morte, non volevo sentirla, così tanto che alla fine con Miron ci sono uscita e poi ho pensato: e dove sta scritto che lo devo amare? Basta che mi ami lui! Facciamo questo maledetto matrimonio, tanto poi se non va bene ci lasciamo, ma almeno vado via da qui. Il giorno delle mie nozze avevo un velo ricamato fino alle spalle e un vestito di pizzo a collo alto che mamma mi aveva cucito apposta. Nelle foto ho un sorriso accennato solo da una parte della faccia e gli occhi seri. Miron non sorride, se rivedo le foto mi scappa da ridere, lui era magro, non aveva  la pancia enorme che ha adesso, troppi pranzi e troppe birre e troppe russate gliel’hanno gonfiata, così da tenersela appoggiata alle gambe mentre guarda la televisione in silenzio e non va a cercarsi un lavoro.  

Gli anni sono passati così, tra mille pulizie in case di gente che non conosco, veglie notturne negli ospedali o cambi di pannoloni a vecchi che nemmeno i figli vogliono più curare. È strano, ma le mie mani sono rimaste lisce e i miei capelli sono corti ma sempre neri. Il mio viso ha gli occhi che sorridono ma senza segni d’espressione, come se né felicità né dolore l’avessero mai attraversato. Non quelli che volevo io almeno.

L’anno scorso sono tornata a casa per un mese, ho incontrato mia cugina Doina che mi ha detto: “Sai Jenica, ho incontrato Ion” e lì solo a sentirne il nome, il mio cuore si è fermato, anche dopo quasi trent’anni. “Parlavamo di te, mi ha chiesto come stai e poi è diventato pensoso. Ha detto che ti ha pensato tanto in questi anni e che se allora non avesse ascoltato sua madre… Tu a sua madre non piacevi, non andavi bene perché eri senza padre e non avevi la pelliccia, come le ragazze ricche. Così lui ha sposato una ragazza ricca, ma guarda caso si chiama come te! Sai che sua madre è morta un anno dopo che sei andata via?” E lì ho ripensato a quegli anni, le mie mani spaccate dall’acqua per lavare i pavimenti e gli occhi consumati sui documenti della ditta di cui ero segretaria, anche se per poco.

Mi sono messa a ridere, ci siamo salutate e sono tornata a casa. Guardavo il cielo. Era sempre livido come quel giorno, però il freddo non lo sentivo più.

Una canzone per ricominciare

29 Ago

Come ogni anno in questo periodo, sento che serve sprint per riprendere le attività lasciate in sospeso durante l’estate. Quest’anno ho particolarmente bisogno di motivazione, così mi affido alla voce del grandissimo Pierangelo Bertoli in un pezzo veramente stupendo: Canto di Vittoria. Vi consiglio di farvi contagiare dal testo, a me sentire questa canzone incoraggia molto, soprattutto ora, nell’affrontare con coraggio un nuovo anno di impegni e ostacoli che vorrei diventassero solo sfide e non impedimenti.

Vi lascio al vostro nuovo anno e voglio solo aggiungere una piccola riflessione finale. Una volta avevo una crema per il corpo che mi piaceva moltissimo, così la centellinavo, ne usavo pochissima per non farla finire troppo in fretta, traendo in realtà ben poco piacere da quelle scarse quantità. E’ successo che poi la crema è scaduta, ha cambiato odore e consistenza e, pur essendocene ancora tanta nel barattolo, ho dovuto gettarla via con sommo dispiacere. E’ un esempio piccolo e sicuramente inadeguato, ma quel che voglio augurare a noi è di non risparmiarci nelle cose a cui teniamo, “usiamole”, facciamoci protagonisti della nostra vita, dei nostri affetti, delle nostre giornate. Questo perché l’amore (per le persone, per il nostro tempo, per la nostra esistenza) si moltiplica se usato in abbondanza e non scade come la crema. Solo pensiamoci per tempo, prima di perdere qualcosa di bello, prezioso e importante per strada.

Buona ripresa a tutti! 

5000 e 1000 grazie

3 Ago

Dedico a tutti coloro che hanno contribuito a questo bel traguardo di Fatterelli questo stupendo pezzo degli Anathema, dal disco Alternative 4. Qui la musica non mancherà mai, come l’osservazione divertita, disincantata, fotografica, curiosa, entusiasta e disillusa di ciò che vivo in questa bellissima città.

 

Vieni a mangiare da me

28 Lug

Immaginate la scena. Un lui e una lei. Una tavola apparecchiata. È la prima volta che escono insieme a cena; si sono visti un paio di volte nelle settimane precedenti, solo per un caffè nel pomeriggio, una volta per un aperitivo. C’è simpatia, ma misurata. Si può dire anzi che si stiano ancora misurando reciprocamente. Così, il grande passo: una cena! Sarete abituati alle mie solite parentesi e così, per non farvi perdere la sana abitudine, ne faccio una anche stavolta.

Per me è sempre stato difficile mangiare con persone nuove, maschi o femmine che fossero. Mangiare a casa delle amiche o compagne di corso all’università, in presenza dei loro genitori, per me era sempre fonte di ansia e preoccupazione; ho sempre considerato il condividere un pasto un gesto intimo da fare solo al raggiungimento di una grande confidenza. Al massimo se si aveva la stessa età o si mangiava un panino in gita potevo sopportarlo. Ricordo il pranzo di capodanno a casa della famiglia di un mio ex fidanzato: assonnatissima e strapiena dai bagordi della notte precedente, mi ritrovavo a una tavola dove ero costretta a rimangiare abbondantemente e dover anche sostenere la conversazione pesantissima dei suoi genitori. Non vedevo l’ora di andare via! Col tempo e obbligata dai ritmi lavorativi mi sono abituata a condividere i pasti, ma è stato un processo lento che ho sfuggito più che ho potuto. Ma i pranzi, oltre che per i nervi, possono essere anche pericolosi per un amore. Una volta avevo letto un diario di Luca Carboni, sì, il cantante. Descriveva il momento esatto in cui aveva smesso di amare la sua donna: al pranzo a casa dei suoi. C’erano i tortellini in brodo e a un certo punto lui si era soffermato prima sul tintinnio delle posate nei piatti, poi sui cucchiai che pescavano in quell’acqua calda insaporita in cerca della pasta imbottita e poi salendo piano sparivano nelle bocche. Le bocche si spalancavano ad accogliere la forma rotonda e scomoda del cucchiaio, caverne rosso scuro da dove ogni tanto usciva una punta di lingua. Poi il rumore della masticazione, quel ciak ciak che solo le cose semiliquide fanno produrre, gli occhi improvvisamente spenti, le facce di gomma dove solo la mascella si muoveva e la pelle faceva pieghe lucide. Aveva guardato anche lei e la scena non era cambiata. Postura eretta sulla sedia, cucchiaio che pesca nella fondina, tin-tin, sciaf; cucchiaio in bocca, glub; masticazione, ciomp ciomp; inghiottire, glom; tovagliolo-pulirsi-sorriso, ne vuoi ancora? No, grazie, sto a posto così. Gesti umani, troppo umani e l’alone magico intorno a lei si dissolveva e l’amore magicamente spariva. Triste, no? Meglio allora rimandare i pranzi insieme alla famiglia! Si rischia un troppo precoce bagno di normalità.  

Torniamo a lui e lei. All’inizio ci sono grandi di sorrisi, chiacchiere su cosa ti piace, cosa pensi di ordinare? Mah, sto guardando, magari un’insalata… Ecco, perché andare a cena e prendere l’insalata? Non l’ho mai capito. L’insalata la prendi in pausa pranzo perché vuoi star leggero e non addormentarti alla scrivania dopo… Oppure la prendi a completamento di qualcos’altro, magari di gustoso, da condividere e di cui parlare o scambiarsi le forchettate. E forse già da questo capisco che i due non sono proprio sulla stessa lunghezza d’onda, dato che lui invece ordina le lasagne. Lei sta seduta con la schiena ben attaccata allo schienale della sedia, come se in un’altra posizione temesse di cadere; fissa il menu come se fosse difficilissimo da comprendere, ogni tanto alza lo sguardo e le sue labbra si stirano in un sorriso senza che si formino rughe intorno agli occhi. Lui invece si protende sulla tavola e mentre legge cerca di coinvolgerla, ma come risposta ha piccoli cenni di assenso che sembrano in verità un po’ forzati. I piatti e il vino arrivano, arriva anche il silenzio, intervallato da domande sul lavoro, quali interessi hai, ti piace andare in barca, no, la convivenza forzata con estranei non fa per me. E poi preferisco i viaggi comodi, in hotel. Ah, peccato, io sogno di andare in tenda da tutta la vita, dormire sotto le stelle… Sì, romantico, ma sai che umidità? La sento nelle ossa solo a parlarne! Pausa. Silenzio. Sorrisi a labbra strette, forchette che spariscono velocemente nelle bocche e velocemente tornano a pescare nel piatto, occhi che ne scrutano il contenuto come a volerci trovare una sorpresa nascosta, tovagliolo, colpo di tosse, gratto le briciole sulla tovaglia. Ancora queste stramaledette posate in bocca e masticare. La bocca è occupata, così è difficile parlare, si evita di essere maleducati. Per quanto mi riguarda, anche da quello capisco se l’intimità è raggiunta: quando parlo lo stesso anche se la bocca è piena, oppure faccio grandi gesti, come a dire che sì, ti voglio rispondere, ma la bocca è piena, aspetta che mastico più in fretta così non devi stare qui a fissarmi mentre attendi che finisca, così facendo però inghiotto un boccone troppo grosso e rischio di strozzarmi con la pasta, la polpetta (mi è capitato davvero) o il prosciutto e melone (perché è estate e ci sta bene).

Così, eccoli ancora lì, a tavola. Lei sempre più incollata alla sedia che nel frattempo si è anche allontanata e si vedono le gambe davanti che si sollevano un po’, così il busto risulta ancora più arretrato. Lui invece è quasi steso sulla tovaglia nel tentativo di raggiungerla, ma forse non ha visto la barriera che lei ha creato con il bicchiere, la bottiglia, il tovagliolo arrotolato, l’orologio poggiato sopra in modo che lei possa vedere che ore sono e proporre di tornare a casa, perché domani si lavora e fare tardi proprio non si può. Lui dice va bene, ma fermiamoci un po’ in quel localino dove c’è la musica dal vivo e beviamo qualcosa. No, guarda, lo vorrei davvero, ma è proprio tardi e il mio capo se no domani chi lo sente se rallento per il sonno? Sarà per la prossima volta, è stato un piacere passare la serata con te, ciao ciao.

Ecco, lo ha detto. “E’ stato un piacere”. Mi dispiace caro sconosciuto, ma ti devo dire che non vi rivedrete più, rassegnati. Lei ha detto è stato un piacere, è come dire salve o saluti alla fine di una mail. È una formula fredda e impersonale, senza contenuto. Il piacere si prova, non si dice.

Alla prossima, ma non m’invitate a pranzo!

(Il video che ho messo sopra non c’entra con l’argomento, ma Pit Bull mi piace perché sceglie sempre donne a dir poco formose che sicuramente se le invitate a cena non si limiteranno a un’insalata. Quello sì che è un piacere!)